Quando si parla di aromaterapia o di aromacologia, pensiamo che gli aromi passino attraverso il percorso olfattivo similmente a quanto a noi stessi è dato di sperimentare.

Eppure, secondo quanto dicono gli autori dell’articolo scientifico al quale mi sono ispirata, possiamo concordare sull’esistenza di molte categorie alle quali si possono ascrivere le diverse modalità con le quali si mostra la percezione olfattiva.

Riportiamo qui le denominazioni di tali categorie, provando a fornirne definizioni chiare e prive di ambiguità, per consentire a chi scrive e a chi legge la letteratura sull’olfatto di avere una comprensione comune di ciò che si intende quando si usano tali parole.

La classificazione e le definizioni che seguono sono tratte e rielaborate dal lavoro di Hernandez e collaboratori (2023), nel quale un gruppo internazionale di ricercatori propone una standardizzazione della nomenclatura utilizzata nello studio della funzione e delle disfunzioni olfattive.

Una nota di lettura epistemologica: oltre l’idea di “normalità”

I termini utilizzati in questa tassonomia (come «alterazione», «disfunzione» o «normosmia») appartengono al linguaggio clinico e scientifico, indispensabile per creare una mappa condivisa e orientarsi nella diagnosi.
In una prospettiva biologico-costruttivista e autopoietica, tuttavia, la percezione non rispecchia mai una realtà oggettiva esterna. Il sistema nervoso non “sbaglia” né si “altera” in senso punitivo rispetto a una norma ideale: si limita a cambiare stato. In questo contesto, il termine «alterazione» va inteso nella sua radice etimologica e dinamica, ossia come un diventare altro, una transizione verso una differente configurazione dell’accoppiamento strutturale tra l’organismo e l’ambiente.
Ogni risposta percettiva — che la medicina etichetti come iposmia o parosmia — rappresenta la modalità legittima e autonoma con cui la struttura biologica di un vivente si autorganizza in quel determinato momento.

Tassonomia e definizioni proposte

Disosmia

Deriva dal greco dys- («alterato», «difficile»), osmē («odore») e -ia (suffisso utilizzato nei termini patologici).

Definizione proposta: termine ombrello utilizzato per descrivere genericamente la presenza di una disfunzione olfattiva, sia essa quantitativa o qualitativa.

Per una descrizione più accurata del fenomeno, gli autori raccomandano tuttavia di utilizzare, quando possibile, i termini specifici che identificano le differenti alterazioni olfattive, anziché fermarsi alla denominazione generale di disosmia.

Anosmia

Deriva dal greco an- («assenza», «senza»), osmē («odore») e -ia.

Definizione proposta: assenza quantitativa della funzione olfattiva tale per cui il senso dell’olfatto non risulta fruibile o sufficientemente utile nella vita quotidiana, per esempio per rilevare potenziali pericoli, apprezzare il cibo o riconoscere odori gradevoli.

Il concetto comprende sia la perdita completa della funzione olfattiva sia la presenza di sensazioni olfattive vaghe e residue, ma non abbastanza definite da poter essere utilizzate nella vita quotidiana.

Gli autori propongono inoltre di evitare l’espressione «anosmia funzionale», poiché il termine funzionale viene frequentemente utilizzato in medicina con un significato differente, relativo alla presenza di sintomi fisici non spiegati da una causa organica identificabile.

La funzione olfattiva può essere valutata attraverso test psicofisici standardizzati, come gli Sniffin’ Sticks o il University of Pennsylvania Smell Identification Test (SIT-40). Ulteriori elementi diagnostici possono provenire da test elettrofisiologici, modificazioni riflesse della respirazione in risposta agli odori o neuroimaging strutturale, che può, per esempio, evidenziare l’assenza dei bulbi olfattivi.

Anosmia specifica. Con questa espressione si indica invece l’assenza della percezione di una particolare molecola odorosa, o di un gruppo di molecole, in presenza di una funzione olfattiva altrimenti normale. L’anosmia specifica viene considerata dagli autori un possibile tratto fisiologico normale.

Iposmia

Deriva dal prefisso greco hypo- («sotto», «al di sotto»).

Definizione proposta: riduzione quantitativa della capacità di rilevare e identificare la presenza degli odori.

L’iposmia può essere riferita soggettivamente dal soggetto, ma viene frequentemente definita attraverso test psicofisici standardizzati.

La distinzione tra iposmia e normosmia viene stabilita confrontando le prestazioni individuali con quelle ottenute da gruppi di riferimento. Nei test Sniffin’ Sticks, per esempio, viene utilizzato un punteggio composito denominato TDI, derivante dalla somma delle prestazioni relative a soglia (Threshold), discriminazione (Discrimination) e identificazione (Identification).

Il limite tra iposmia e normosmia è stato tradizionalmente individuato utilizzando il 10° percentile della distribuzione dei punteggi di soggetti giovani e sani. Gli stessi autori sottolineano tuttavia come tali confini abbiano inevitabilmente una componente convenzionale e dipendano dal test e dalla popolazione di riferimento utilizzati.

L’iposmia può essere reversibile o permanente, a seconda della causa. Può presentarsi in differenti condizioni e rappresenta, per esempio, uno dei più frequenti sintomi non motori associati alla malattia di Parkinson, nella quale può precedere di anni la comparsa dei sintomi motori.

Normosmia

Deriva dal latino norma («regola», «standard»).

Definizione proposta: funzione olfattiva quantitativamente normale.

Nei test psicofisici, la normosmia viene definita sulla base di valori di riferimento ottenuti nella popolazione. Per esempio, nel SIT-40 un punteggio pari o superiore a 30 e, negli Sniffin’ Sticks, un punteggio TDI pari o superiore a 30,75 sono stati utilizzati come valori corrispondenti a una funzione olfattiva quantitativamente normale.

Un aspetto particolarmente importante è che la normosmia riguarda la dimensione quantitativa dell’olfatto.

Una persona può quindi ottenere risultati quantitativamente normali ai test e presentare contemporaneamente una disfunzione olfattiva qualitativa, come la parosmia.

Iperosmia

Deriva dal prefisso greco hyper- («sopra», «oltre»).

Definizione proposta: incremento quantitativo della funzione olfattiva, corrispondente a prestazioni eccezionalmente elevate nei test psicofisici dell’olfatto, per esempio superiori al 90° percentile.

Secondo Hernandez e collaboratori, l’iperosmia non deve essere considerata una disfunzione olfattiva o uno stato patologico.

Gli autori propongono pertanto di utilizzare il termine esclusivamente quando l’aumento della funzione olfattiva viene documentato attraverso test psicofisici.

Questa precisazione permette di distinguere l’iperosmia da un fenomeno differente: l’intolleranza olfattiva.

Intolleranza olfattiva

Definizione proposta: disfunzione olfattiva qualitativa nella quale il soggetto, pur non presentando una distorsione percettiva degli odori come avviene nella parosmia, riferisce una percezione soggettivamente molto intensa degli odori e manifesta intolleranza nei confronti degli odori della vita quotidiana.

Questa condizione è stata in passato descritta anche come «iperosmia soggettiva».

Gli autori propongono tuttavia di abbandonare tale espressione, poiché la sensazione soggettiva di possedere un olfatto particolarmente intenso non viene confermata in modo consistente da un effettivo incremento delle prestazioni ai test psicofisici.

L’intolleranza olfattiva e l’iperosmia rappresentano dunque fenomeni differenti.

La prima costituisce una condizione qualitativa nella quale gli odori vengono vissuti come eccessivamente intensi o difficili da tollerare; la seconda identifica invece una prestazione olfattiva quantitativamente superiore alla norma e misurabile attraverso test.

L’intolleranza olfattiva è stata descritta, tra l’altro, in associazione con condizioni quali emicrania, gravidanza, epilessia e malattia di Addison.

Parosmia

Deriva dal prefisso greco para- («accanto», «deviazione»).

Definizione proposta: disfunzione olfattiva qualitativa caratterizzata dalla percezione distorta di un odore in presenza di uno stimolo odoroso reale.

L’odore viene frequentemente percepito come sgradevole e può essere descritto, per esempio, come «bruciato», «chimico», «fecale» o simile al vomito.

La parosmia viene identificata principalmente attraverso quanto riferito dalla persona, poiché non esiste attualmente un test psicofisico universalmente riconosciuto e validato per misurarla.

Può comparire isolatamente oppure associarsi a una disfunzione quantitativa, soprattutto all’iposmia, o alla fantosmia.

È frequentemente associata a disfunzioni olfattive post-infettive, ma può presentarsi anche in condizioni sinonasali, post-traumatiche o idiopatiche.

Il meccanismo neurobiologico preciso della parosmia non è ancora completamente chiarito. Sono state avanzate ipotesi riguardanti alterazioni nella codifica degli odori che coinvolgerebbero sia componenti periferiche sia centrali del sistema olfattivo.

La parosmia è stata inoltre associata ai processi di riparazione del sistema olfattivo e potrebbe, in alcuni casi, accompagnare il recupero della funzione. Il suo eventuale significato prognostico positivo rimane tuttavia ancora oggetto di discussione.

Fantosmia o allucinazione olfattiva

Il termine phantosmia deriva da phantasma, «fantasma», «illusione».

Definizione proposta: percezione di un odore, frequentemente sgradevole, in assenza di uno stimolo odoroso esterno.

Gli odori fantosmatici vengono spesso descritti come bruciati, marci, fecali o chimici.

Per parlare propriamente di fantosmia è necessario escludere la presenza di una reale fonte endogena dell’odore all’interno del naso, dei seni paranasali o del cavo orale, come secrezioni mucopurulente, infezioni fungine, corpi estranei o altre alterazioni locali.

Per questo motivo, in presenza di tali sintomi può rendersi necessaria una valutazione otorinolaringoiatrica, eventualmente accompagnata da endoscopia nasale e, nei casi selezionati, da indagini di imaging.

Gli autori propongono inoltre di considerare fantosmia e allucinazione olfattiva come termini sinonimi.

Il termine fantosmia è maggiormente utilizzato in ambito otorinolaringoiatrico, mentre allucinazione olfattiva compare più frequentemente nella letteratura neurologica e può essere stata storicamente associata anche all’ambito psichiatrico.

La fantosmia può essere osservata in disfunzioni olfattive post-infettive e post-traumatiche, ma anche in condizioni neurologiche, psichiatriche, sinonasali o idiopatiche.

Il suo meccanismo fisiopatologico preciso non è ancora noto; si ritiene tuttavia che possa essere coinvolta un’alterazione lungo differenti livelli delle vie olfattive.

Una precisazione terminologica: la cacosmia

Il termine cacosmia è stato utilizzato in passato per indicare una percezione olfattiva negativa o sgradevole.

Il problema è che nella letteratura è stato impiegato con significati differenti: talvolta come sinonimo di parosmia, talvolta di fantosmia e talvolta per indicare entrambe.

Proprio per evitare questa ambiguità, Hernandez e collaboratori suggeriscono di utilizzare i termini più specifici parosmia e fantosmia, specificando con precisione il fenomeno percettivo osservato.


Riferimento bibliografico

Hernandez AK, Landis BN, Altundag A, Fjaeldstad AW, Gane S, Holbrook EH, et al. (2023). Olfactory Nomenclature: An Orchestrated Effort to Clarify Terms and Definitions of Dysosmia, Anosmia, Hyposmia, Normosmia, Hyperosmia, Olfactory Intolerance, Parosmia, and Phantosmia/Olfactory Hallucination. ORL; Journal for Oto-Rhino-Laryngology and Its Related Specialties, 85(6), 312–320. https://doi.org/10.1159/000530211

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