” […] è la rete di interazioni linguistiche quella che ci rende come siamo. […] è all’interno del linguaggio stesso che l’atto conoscitivo, nella coordinazione comportamentale che costituisce il linguaggio, ci offre il mondo a portata di mano. Ci realizziamo in un mutuo accoppiamento linguistico, non perché il linguaggio ci permetta di dire quello che siamo, ma perché siamo nel linguaggio, in un continuo essere immersi nei mondi linguistici e semantici con i quali veniamo a contatto» (Maturana e Varela 1999, 195-197)

La Historia es Nuestra: Humberto Maturana y la conversación como base de la sociedad. Intervista a Humberto Maturana di CooperativaFM, in spagnolo, durata 14 minuti e 59 secondi. Il tema è la conversazione come fondamento della vita sociale.

Dice Humberto Maturana:
“Il punto è che per conversare dobbiamo voler conversare, e voler conversare significa voler stare insieme per un po’ nel reciproco rispetto. Se non c’è questa relazione, se non c’è rispetto o fiducia e si pensa che l’altro sia disonesto, non ci si ascolterà. L’arte della vita democratica sta lì: se vogliamo costruire un mondo insieme, conversiamo. Conversare non è discutere o dialogare: è riflettere insieme sulla bellezza e sul benessere di stare insieme a riflettere su qualcosa.

Viviamo in una cultura basata sulla competizione e sul controllo. Vogliamo controllare, ma a nessuno piace essere controllato. Questo ci lascia un problema. Possiamo invece metterci d’accordo e coordinare le nostre azioni, trasformando il controllo in un’offerta di collaborazione. Viviamo nel controllo perché vogliamo forzare le cose affinché vadano in un certo modo, generando sforzo e sforzando il cambiamento; ma a nessuno piace essere obbligato. L’unica possibilità di fare qualcosa insieme è conversare nel rispetto reciproco, nella fiducia e nell’onestà.”

Il dialogo polimorfo

Una riflessione particolare merita ora il termine “dialogo”. Per questo ci rifaremo a David Bohm, il quale ricorda che esso, dal greco antico “dialogos”, è composto da “logos”, che significa in una prima accezione “la parola” o nel nostro caso piuttosto “significato della parola”, e “dia”, che significa “attraverso”. Questa seconda parte è particolarmente importante, poiché non fa riferimento a “due” sole persone, per cui il dialogo può essere concepito svolgersi fra un qualunque numero di persone (Bohm 1996, 6), come conversazione fra pari. Volendo evidenziare come si svolge il processo dialogico nella dinamicità della relazione, definiamo qui “polimorfo” il dialogo, per mettere in luce il suo svolgersi costruendosi attraverso molteplici dimensioni, coinvolgendo la persona nella sua interezza, senza separare la componente emozionale da quella razionale, impedendo la separazione corpo-mente, ed evolvendosi travolgendo eventuali nodi problematici e la relativa situazione di malessere, che finisce con il trasformarsi o addirittura con il dissolversi.

Le parole stesse hanno a tal fine una loro efficacia, poiché esse «sono azioni, non sono cose che si spostano da qui a là. […] è la rete di interazioni linguistiche quella che ci rende come siamo. […] è all’interno del linguaggio stesso che l’atto conoscitivo, nella coordinazione comportamentale che costituisce il linguaggio, ci offre il mondo a portata di mano. Ci realizziamo in un mutuo accoppiamento linguistico, non perché il linguaggio ci permetta di dire quello che siamo, ma perché siamo nel linguaggio, in un continuo essere immersi nei mondi linguistici e semantici con i quali veniamo a contatto» (Maturana e Varela 1999, 195-197).

Nell’interrelazione linguistica, ritroviamo e scopriamo noi stessi in divenire, in continua trasformazione, mentre costruiamo il nostro mondo linguistico insieme con altri esseri umani (Ivi, 197). Il nostro mondo sociale sorge con noi, nel nostro dialogare polimorfico, solo se ci muoviamo nel dominio dell’accettazione dell’altro, senza in alcun modo voler imporre il nostro punto di vista.

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